Il magico potere del fallimento: allenarsi a sbagliare è la chiave del successo

Ho finito di leggere da poco ‘Il potere del fallimento’ di Charles Pépin, filosofo francese.

In un mondo tutto proiettato verso il culto del successo, della visibilità a tutti i costi, dell’ansia della performance questo libro si pone decisamente controcorrente e ricorda una grande verità: errare è umano…e legittimo aggiungo io.

Le pagine raccontano aneddoti e storie di personaggi più o meno famosi dove è testimoniato che spesso i grandi geni prima di essere riconosciuti come tali hanno sbattuto mille volte la testa contro il muro.

Ma loro si sono rialzati e hanno imparato dai loro sbagli per poi arrivare finalmente ad ottenere le risposte che cercavano.

Pépin cita Thomas Edison e la sua celebre frase ‘Non ho fallito, ho portato a termine migliaia di tentativi’, Steve Jobs, Miles Davis, Andre Agassi, Rafael Nadal, la Nespresso c14ome caso aziendale.

Personaggi per lo più stranieri, americani nella maggior parte dei casi e Pépin ci spiega perché.

Negli States vige il motto ‘Fallisci presto, impara presto’ e oltre alle storie di questi uomini potremmo citare migliaia di film che in qualche modo interpretano questo stile di  vita.

Me ne viene in mente uno su tutti perché ha fatto parte della mia adolescenza ‘Una donna in carriera’.

Storie di insuccessi, ma anche di self made man/woman che dall’essere nessuno arrivano a conquistare le più alte vette nella loro professione o che realizzano grandi progetti.

Ecco, abbiamo toccato il punto cruciale di tutta la questione: l’approccio culturale.

In America i fallimenti vengono citati nei curricula, in Europa li nascondiamo.

Nel vecchio continente se fallisci sei un perdente e oltre allo smacco oggettivo del dover ricominciare, l’opinione pubblica certamente non aiuta a risollevarsi perché sembra che si inneschi una sorta di accanimento mediatico contro il malcapitato. E questo senza provare a capire le motivazioni che si sono state dietro all’insuccesso.

Sei una persona da emarginare, da tenere a distanza, sei un esempio negativo. Perché??

Sbagliare non fa di noi delle brutte persone, sbagliare non intacca la nostra etica, moralità, anzi forse la rafforza.

E invece come dei greggi di pecore seguiamo solo i modelli vincenti e di nuovo lo facciamo senza chiederci come mai siano vincenti. Hanno davvero faticato per arrivare alla loro posizione? Sono davvero esempio positivi da seguire?

In alcuni casi si, magari in altri no…ma qui nemmeno ci si pone il quesito perché in fondo a tutti piace giocare facile e scommettere sul cavallo vincente.

Lasciamo il beneficio del dubbio in entrambi i casi e cerchiamo in generale di essere più generosi con il prossimo.

Pepin sottolinea un aspetto molto importante della questione: l’ansia della performance che si mette addosso ai giovani e spesso i ragazzi hanno così tanta paura di sbagliare che non fanno nulla. Si paralizzano.

Questo nasce dalla necessità (ma poi perché deve essere una necessità), direi piuttosto l’affanno di dover incasellare tutto e non c’è più spazio per l’improvvisazione, la creatività, l’errore e quindi vengono inibite anche le emozioni, la paura, che invece elementi fondamentali per la crescita.

Il fallimento è la maniera umana per capire le cose, afferma Pépin.

Oggi invece assistiamo a gestioni familiari dove fin da piccoli i bambini vengono iscritti a ogni sorta di corsi per poter esprimere i loro talenti. Ma come fai a lavorare su un talento se nemmeno sai di averlo e soprattutto quale sia?

Si deve far vivere ai bambini la loro infanzia in modo del tutto spontaneo proprio perché questi talenti vengano a galla.

Vi racconto un caso che ho vissuto in prima persona. A ottobre 2016 una mia conoscente mi ha contattato per fare ripetizioni al figlio che faceva la prima media. Le chiesi dove andasse male e lei mi rispose ‘Va bene in tutte le materie, ma ci portiamo avanti nel sostenerlo così non avrà cadute’. Nella mia testa si materializzò un interrogativo grande come una casa che poi ebbe risposta quando il ragazzino ha iniziato a venire da me.

8 volte su 10 quando entrava in casa mi diceva…’posso sedermi un attimo sul divano a riprendere fiato?’. Dopo un minuto era crollato dal sonno e dalla stanchezza.

Eh ci credo! Il poveretto tutti i santi giorni aveva almeno due attività pomeridiane (sport vari e musica) e in mezzo incastrava l’ora di ripetizione. Arrivava da me sfiancato.

Ne parlai con la madre, ma lei rispose frettolosamente ‘è lui che vuole fare tutto’..cosa non vera come mi confessò il ragazzo. Era il padre che voleva che suo figlio fosse super man e che si arrabbiava se gli portava un 7 anziché un 8.

Per me è pazzia, ma di situazioni simili ne conosco molte.

Non ci stupiamo se poi abbiamo adolescenti isterici o introversi, comunque già stressati e annoiati dalla vita. E a ruota adulti che vanno in crisi e si suicidano se perdono il lavoro.

In momenti di crisi come questo, dove restare a casa è piuttosto comune, non deve entrare nella trappola del sono fallito. Si deve cercare di capire se qualcosa è andato storto per colpa nostra, fare una sana autocritica, ma ricordarsi di distinguere sempre tra avere fallito e essere fallito.

A volte il fallimento rivela ciò che davvero desideriamo.

A me è successo proprio questo. Quando sono uscita dal mondo del lavoro come dipendente mi sono ritrovata a casa è naturale subire il contraccolpo, ma oggi a pensarci bene è stata la cosa migliore che potesse capitarmi perché professionalmente parlando mi sento molto più appagata.  Rimanere a casa ha innescato dentro me la voglia e la necessità insieme di riscoprire i miei talenti e di partire proprio da loro e dalle mie passioni per definire la mia nuova identità.

Nietzsche diceva che abbiamo tutti la nostra stella danzante, la nostra unicità. Bisogna sbagliare, provare, riprovare ancora con l’obiettivo di raggiungere la nostra unicità. ‘Fallire a modo tuo è sempre meglio che fallire come tutti gli altri’.

Al tempo dei social questo tema diventa ancora più scottante perché se la nostra vita è in vetrina, un fallimento diventa un macigno. Ma il successo o l’insuccesso di una persona si misurano davvero in fan e follower? La visibilità che si ha è davvero rappresentativa di noi, del nostro essere?

Come esordivo all’inizio tutto nasce dal meccanismo della ‘ricerca di ammirazione’ che connota i nostri tempi, ma che se abusato diventa distruttivo al punto che c’è chi sceglie di togliersi la vita in diretta su Facebook.

Con questo non intendo demonizzare il web, i social. Sono solo mezzi, la differenza la fanno sempre e comunque le persone.

L’essere umano sa che la felicità assoluta non esiste. Ma senza conoscere il senso di delusione non saremmo in grado nemmeno di riconoscere la gioia. Per questo il fallimento è rivoluzionario’ conclude Pepin nel suo libro.