Il segreto per superare i colloqui di lavoro? Avere un’immagine autentica!

“Sii te stesso. Il mondo adora l’originale”. (I. Bergam)

Spesso nei miei articoli parlo di quanto oggi conti l’immagine esteriore, ma in particolare di quanto il nostro look debba essere davvero specchio della nostra personalità per poterci rappresentare e restituire al nostro interlocutore la verità di chi siamo, della nostra identità.

Ognuno di noi è ricco di mille sfumature e sempre più c’è la tendenza a non incasellare le persone in stereotipi, ma il nostro stile talvolta rischia di farci ricadere nei classici cliché, di non farci emergere, soprattutto se si vive in determinati contesti o si lavora in specifici ambienti professionali.

Sappiamo che allinearsi allo standard del gruppo è inconsciamente un modo per sentirsi più sicuri e esprimere la nostra unicità ci spaventa perché non sappiamo se avremo il riconoscimento degli altri e la loro approvazione.

C’è chi dice ‘Io me ne frego’ e senz’altro molte persone sono ferme in questo proposito.

Molti invece lo dicono e poi non lo fanno perché inevitabilmente si fanno influenzare dalla propria emotività, dalle persone che li circondano, dal lavoro che fanno.

Ecco, a proposito di lavoro mi sono chiesta diverse volte quanto pesa l’immagine esteriore nei colloqui e poi nella vita di ufficio.

Quando ho iniziato a cercare lavoro più di vent’anni fa ricordo che una mia amica mi disse ‘Non puoi andare a un colloquio senza tailleur!’.

E fu così che comprai il primo della mia vita e di un colore pessimo per me: marrone. Lontanissimo dal valorizzare non solo la mia figura, ma anche la mia anima! Errori di gioventù.

Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua perché – al di là della giovane età – non mi corrispondeva.

Eppure sapevo che allora chi si occupava di Risorse Umane teneva in gran conto l’apparenza.

Utilizzo il termine apparenza volutamente perché come ho scritto in un altro articolo per me l’apparenza è sinonimo di mistificazione, inganno.

L’immagine invece è davvero il risultato della ricerca che ognuno di noi fa della propria Identità, che a sua volta è la sintesi di forma (l’esteriorità) e contenuto (ciò che noi siamo).

Oggi invece quanto conta per head hunter, agenzie interinali, Responsabili della Risorse Umane l’immagine di un candidato?

L’ho chiesto a Elisa Zonca, Manager & Career Advisor di YouthWork di Randstad.

Elisa l’abito fa ancora il monaco nel mondo del lavoro al giorno d’oggi? Quanto oggi davvero conta l’immagine personale in ambito professionale?

​Sicuramente la cura della propria immagine è sempre molto importante ma mentre nel passato il concetto di eleganza era molto più statico e “monoconnotazione”, ora è più versatile e sintonico rispetto innanzitutto al sé e poi al contesto.

Io ad esempio lavoro in un ambiente molto dinamico e colorato dove la dimensione relazionale è fondamentale quindi è sicuramente importante che la mia immagine sia coerente con il contesto interno, nel rispetto della sobrietà e del potenziale delle relazioni multistakeholder che si vanno ad intessere di volta in volta.

Penso che l’attenzione verso se stessi sia il miglior biglietto da visita che possiamo veicolare in quanto a nessuno piace sedersi di fronte ad una persona poco curata che ha davvero speso poco tempo nel gusto del bello.

E come disse Peppino Impastato

 “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà​.”​

Curare la propria immagine quindi diventa una leva anche per l’affermazione della persona nel suo contesto di lavoro?

​Ritengo che “l’eleganza non verbale”​ che racchiude tutti le varie sfaccettature di un immagine piacevole faccia innescare un profezia autoavverante: se ci sentiamo meglio, riusciamo anche ad essere più sicuri di noi ed ad affermarci positivamente nell’ambiente lavorativo.

Come si comportano le funzioni HR o realtà come la vostra di fronte a un giovane talentuoso e promettente ma evidentemente ‘eccentrico, creativo’ (abiti e accessori particolari, tatuaggi, capelli colorati)?

​Il tutto dipende davvero dalla mansione: maggiore la dose di autonomia, creatività e modernità dell’organizzazione, maggiore il grado di libertà espressiva che viene tollerato e concesso. La domanda deve essere anche posta al contrario: se ho una personalità eclettica e anticonformista quanto sono interessato e disposto a lavorare in un contesto rigido e tradizionale?

In generale nei contesti di lavoro si privilegia la personalità dell’individuo o il rispetto delle policy in tema di dress code?

​Sempre più la personalità è al centro dell’attenzione di chi si occupa di risorse umane.

Non vedo però i due aspetti separati in quanto all’interno della personalità esiste anche la dimensione dell’intelligenza emotiva e sociale fondamentale per l’armonia tra ambiente interno ed esterno. Non a caso la recente ricerca del World Economic Forum sulle top 10 skills richieste dal mercato del lavoro nel 2020 posizione l’intelligenza emotiva al 6 posto.

Quindi, nel mio modesto parere, il dress code è senz’altro importante in quanto punta di un iceberg ben più profondo e radicato che denota (o meno) il possesso di una determinata caratteristica personale che trova la sua forza nella sua reale autenticità (o meno). 

Esistono programmi aziendali sul tema del Dress Code, è un argomento sentito o messo in secondo piano?

​Parlo ovviamente per la realtà che conosco: noi preferiamo parlare di standing e capacità di relazionarsi al contesto più che di dress code in quanto ci teniamo molto che le i nostri colleghi si sentano a loro agio, anche in ottica di diversity, tema molto importante per la nostra azienda.

Ci sono settori di mercato più sensibili di altri al tema ‘immagine’? Per esempio le banche?

​Come già anticipato, senz’altro i settori più tradizionali sono maggiormente conservatori rispetto alle etichette anche se ultimamente anch’essi si stanno rivoluzionando non solo in termini di dress code ma in senso più ambio di visual (faccio riferimento, in particolare, all’architettura e al layout degli interni)​ che punta a creare un ambiente più friendly. Ne consegue che anche i dipendenti siano portati a sentirsi più liberi di esprimersi anche sul fronte abbigliamento.

Al di là delle regole basiche per presentarsi a un colloquio o per essere coerenti con il proprio luogo di lavoro, pensi che aiutare un individuo a trovare un proprio stile, sia esso dipendente o libero professionista, possa aiutarlo ad avere un percorso più agevolato?

​Sicuramente perché la fiducia in se stessi è l’ingrediente più importante per convincere (vincere con) e attuare una sana ecologia interna ed esterna.

Forse non tutti sanno che la mia attività di Consulente di Immagine si sviluppa anche in contesti aziendali dove organizzo workshop dedicati proprio alla gestione dell’immagine.

E devo dire che quanto dice Elisa Zonca corrisponde al mio vissuto e conferma che sempre più oggi, in un mondo altamente eterogeneo e globalizzato, non si può né generalizzare, perché si banalizzerebbe il tema, nè riportare l’argomento dentro griglie (regole) molto strette.

Il must deve sempre essere la ricerca della propria Identità (conoscere sé stessi) e di conseguenza del proprio stile.

Queste sono le fondamenta per essere vincenti e solo da qui si può partire per costruire un percorso che permetta di armonizzare la propria individualità con il mondo esterno, che si tratti di vita personale e professionale.

Valorizzare la propria immagine è il più forte strumento di comunicazione che potete utilizzare!

#iosonociòchevedi