ALETHEIA Milano: sperimentazione e cultura per calzature di lusso uniche

Ogni volta che scopro un brand, che sia d’abbigliamento o di calzature, di borse o di accessori, finisco per imbattermi in un mondo nuovo ed affascinante.

Un mondo fatto dalle storie di persone che hanno creduto in un sogno e hanno trovato il modo di trasformarlo nel proprio lavoro, di menti creative, di artigiani e designer che hanno saputo trasformare i propri valori in creazioni reali, spendibili sul mercato.

Un mondo a volte molto giovane, ma non per questo meno promettente.

Ed ogni volta è come affrontare un nuovo viaggio che mi porta a scoprire le fonti di quella inesauribile vena creativa.

Proprio come quella di Diana Carolina Yanes, giovane ragazza venezuelana creatrice del brand ALETHEIA.

Stile, ricercatezza, qualità, cultura e comodità: questi i capisaldi che ispirano le calzature di lusso firmate ALETHEIA

E’ a 16 anni, durante un viaggio a Parigi, che Diana si innamora dell’arte contemporanea e decide di lasciare la sua terra e gli studi intrapresi per diventare medico.

La moda diventa ben presto il suo chiodo fisso e così decide di trasferirsi a Milano per studiare presso il prestigioso Istituto Marangoni e diventare shoes designer.

Il 16 dev’essere un numero emblematico per Diana visto che, proprio nel 2016, nasce il suo brand ALETHEIA, un nome che – come spiega lei stessa – deriva dal greco “svelare” e che finisce per rivelare una verità, quella che si cela dietro la donna che indossa le sue calzature, al di là del suo stesso abito o look.

Le storie e le loro immagini prendono vita attraverso i materiali scelti e danno vita alle scarpe ALETHEIA

Le scarpe firmate ALETHEIA sono scarpe di lusso, frutto di sperimentazione e ricerca dei migliori materiali, di un’attenzione certosina nei confronti di colori e trend, senza mai perdere di vista l’elemento culturale che le caratterizza, né la cura del dettaglio e la consapevolezza di quello che si fa indossare al cliente che percepisce così la qualità del materiale utilizzato e l’identità del brand.

Dunque un’interpretazione oggettiva della realtà che trascende le tendenze stesse e che diventa elemento culturale, addirittura tattile: il logo ALETHEIA infatti è scritto anche in Braille, proprio per sottolineare il legame quasi fisico con la realtà che ci circonda, misurabile anche attraverso i sensi.

Sono le storie che animano la fantasia di Diana e le loro immagini ad essere poi trasformate, attraverso i materiali utilizzati, in altrettante creazioni calzaturiere. Ogni scarpa è dunque l’interpretazione reale di una storia, come si evince anche dalla campagna dell’ultima collezione, quella per la primavera/estate 2017.

Ma come nasce l’idea del tutto e a chi si rivolge il brand?

Ho deciso di saperne di più intervistando proprio Diana Carolina Yanes, che pur essendo venezuelana interpreta a pieno titolo tutta l’espressione del nostro Made in Italy.

Cosa pensa del sistema moda Italia?

Il sistema moda in Italia sicuramente si sta sviluppando. Quando io sono arrivata in Italia per la prima volta si sentivano solo i nomi dei colossi, non c’era spazio per i giovani e addirittura si considerava che i marchi emergenti non avessero alcuna prospettiva. Infatti, se non mi sbaglio, proprio nel 2009 è iniziato WHO’S ON NEXT, ch’è forse tra i migliori concorsi di scouting di talenti emergenti… La moda in Italia è ancora troppo conservatrice, sono sempre di più i creativi ed i consumatori che si annoiano delle solite cose e dello stile classico “all’Armani” ma sono in pochi a voler osare ed essere i primi a farlo e/o ad indossare qualcosa.  Dico in pochi perché comunque una differenza la vedo oggi rispetto a quando io sono arrivata che addirittura non era ben visto indossare il bianco d’inverno.

L’Italia e quindi le firme italiane – anche del mondo della pelletteria – hanno ancora un peso a livello internazionale?

Le firme italiane hanno saputo costruirsi un nome strepitoso negli anni ‘70, tanto che l’Italia (intesa come Milano e poi Roma) è stata l’ultima ad entrare nel circuito tra le capitali principali della moda (Parigi, Londra, New York e Milano) e anche così in molti riconoscono Milano come la culla della moda. Penso, comunque che abbiano ancora un peso molto importante le griffe, ma non per forza i marchi emergenti. Ora la moda è più trasversale e democratica e le persone sono invogliate a vedere di più, a scoprire cose nuove. Ci sono comunque alcuni mercati, come i mercati asiatici per esempio, che continuano a considerare l’Italia e il “Made in Italy” un grande punto di riferimento.

La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato?

Questa è sicuramente una domanda complessa. La parola “moda” è uguale a tendenza, anche se le dinamiche “moda” e “tendenza” sono diverse rispetto al passato. Prima le tendenze erano più marcate ed era molto evidente quando non avevi il colore della stagione, la punta della scarpa giusta oppure la gonna con la svasatura corretta, ora quello non si vede più. Le tendenze erano anche di meno, non vedevi per la strada persone con lo stile grunge, classico, pop e vintage tutti insieme, ora invece li trovi tutti in una stessa tavola a farsi un the! Attualmente le tendenze fanno più enfasi nel creare delle “sub-culture”, dei micro-mondi, come per esempio quello degli “smilies/cartoons”, oppure della “moda indipendente e più colta”, nella moda “DIY” oppure nella moda “eco”. Le tendenze sono più varie e sono all’apparenza molto più libere e invogliano il consumatore a osare di più, a esperimentare e giocare con tutto ciò che si ha a disposizione.

“Oggi la moda vuole essere la voce di che si è, vuole essere il modo di espressione più forte ed immediata”.

 Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato?

Penso che ora l’originalità si possa vedere nel modo in cui uno stilista reinterpreta il passato. Tutto è stato creato e a livello di “design per il design” credo l’unica cosa che uno possa fare è esperimentare con materiali, con la customizzazione, con tecniche che facciano richiamo all’hand-made e all’artigianalità. In passato era “semplice” innovare con una nuova silhouette perché in passato c’era molto proibizionismo. Ora che di proibito c’è poco e di conseguenza c’è poco da “liberare”, l’unico modo per innovare davvero è attraverso la tecnologia.

C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali?

Sicuramente lo spazio per la creatività mentre uno va più in alto c’è di meno, anche se sembra paradossale. Probabilmente non sia per tutti così. Mi piace pensare che i grossi stilisti che hanno in carico il loro marchio omonimo o comunque creato da loro stessi si possano permettere di essere più creativi e di esperimentare di più. Penso che anche per questo motivo i marchi emergenti sono sempre più amati, perché non hanno legami e vincoli con il passato e di conseguenza sono più liberi.

C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta?

L’haute couture è sempre di più in decadenza sin dalla II Guerra Mondiale, penso che quello che la fa sopravvivere ancora è per la grossa immagine che da al marchio, è una specie di status symbol. L’haute couture è il riflesso di ciò che succederà, per esempio, ai retail store di oggi. È una segmento della moda destinato a morire impostato nel modo in cui è impostato attualmente che vuole seguire le dinamiche del passato. Il consumatore è cambiato e non è più felice di spendere di più quando può spendere di meno, sia a livello di soldi che di tempo, essendo che il tempo è il concetto più lussuoso nella vita frenetica del XXI secolo. Quando prima il cliente era felice di andare nella sfilata, ordinare, farsi due o tre prove e poi aspettare che il capo fosse pronto, ora il cliente non vuole più aspettare, vuole il prodotto subito. Penso che ciò che rimpiazzerà per intero l’alta moda oppure che sarà il riadattamento di questo segmento del lusso sarà la customizzazione.

E l’artigianalità?

L’uomo ha bisogno di sfogarsi attraverso l’utilizzo delle mani, sia in un modo o in un altro. L’artigianalità non posso dire se sparirà o meno, ma sono sicura che se dovesse succedere non sarà tra poco, secondo me. Ora c’è un ritorno molto importante alla “slow life”, al “do it yourself”, ai viaggi per avere esperienze e per imparare cose nuove, anche attraverso workshops. L’artigianalità si è trasformata ed è riuscita ed evolversi e adattarsi alla vita attuale e penso che sarà il suo destino, quello di adattarsi, che d’altronde è la legge della massa di Lavoisier, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. L’uomo ha bisogno delle sue mani e non potrà farne a meno.

Come ritagliarsi un proprio spazio? Quale è il fattore di diversificazione e unicità per essere conosciuti e riconosciuti?

Secondo me ci sono due punti possibili di partenza che confluiscono in una stessa strada, il consumatore finale. Partendo dal presupposto che non c’è un’impronta uguale ad un’altra e di conseguenza tutti siamo unici, posso dire che esprimere se stessi attraverso il proprio lavoro è un primo modo di partire, ma questo non vuol dire accantonare il consumatore finale, quindi la mente creativa deve saper incanalare il suo messaggio in modo intelligente per venire ascoltato e recepito dagli altri, questo nel caso la mente creativa sia più artistica. C’è invece lo scenario più business driven ch’è trovare un gap nel mercato e quindi pensare in un’idea per riempirlo. Entrambi le idee sono valide, ma il consumatore dev’essere sempre al centro dell’attenzione se uno si vuole ricavare uno spazio.

ALETHEIA cosa offre di unico?

Aletheia è un brand che punta soprattutto alla cultura. Aletheia, dalla parola in greco antico che vuol dire “verità” o “svelare”, si pone come obiettivo quello di essere un mero istrumento per l’indossatrice per far capire al mondo chi lei è che, a nostro avviso, è il segno di cultura per eccellenza. Non farsi confondere nella folla, non mischiarsi tra gli altri senza definire chi si è. Aletheia, attraverso una approfondita ricerca di materiali, offre non solo stile e ricercatezza, ma offre anche qualità sia nei materiali che nella produzione che assicurano la comodità necessaria per una scarpa adatta alla vita quotidiana ed a tutte le occasioni di una giornata di una donna moderna e desiderosa di esprimersi.

Quale è il principio cui si ispira?

Aletheia si ispira principalmente ai sensi, da qui il suo logo, che è la scritta (in minuscole) ALETHEIA in braille. Io do sempre l’esempio di immaginarsi in una stanza buia e di dover identificare un’oggetto. Attraverso il tatto uno riesce ad identificare e, anche se l’oggetto è sconosciuto, uno riesce a dire “mi piace” o “non mi piace” e se uno approfondisce ancora di più su questo concetto, uno sente se questo oggetto le appartiene oppure no. Aletheia è quello, è l’oggetto che ti appartiene oppure no. Aletheia è il contrasto di forme, materiali e colori che sono il riflesso del nostro inconscio.

Aletheia nasce sempre da una storia da me scritta, solitamente una riflessione su un argomento in particolare che può essere attuale o meno e che poi si sviluppa in immagini che si rendono tattili attraverso materiali scelti che prendono forma e danno vita a scarpe.

Qual è il suo pubblico?

La donna Aletheia è una donna di carattere forte, una donna che senza parlare riesce a esprimersi e a rivelare al mondo chi è lei, è uno statement che attrae l’attenzione delle persone e che sentono il bisogno di seguirla, di scoprirla. La donna Aletheia non ha un’età precisa, questa donna non ha limiti, i pregiudizi non appartengono al suo mondo.

Cosa vogliono i consumatori oggi?

I consumatori oggi vogliono sentirsi il centro dell’attenzione. Il consumatore vuole sapere che è lui/lei il motivo per cui il prodotto esiste. Vuole differenziarsi e sentire che anche lui appartiene e può interagire con il prodotto. Vuole qualità e pagare il prezzo giusto.

Aneddoti da raccontare?

Di storie ne avrei milioni da raccontare… Dal giorno in cui Francesco mi ha proposto di lavorare insieme, al primo mese di telefonate senza successo ai diversi fornitori, il giorno che ho ricevuto le mie prime forme e che ho visto il mio primo prototipo… Tutte le disavventure e sfide che un marchio nuovo deve affrontare…

Tutti mi conoscono come la Venezuelana riccia della bicicletta. Non avendo la macchina, ho sempre dovuto girare in bicicletta, quindi scelgo sempre un punto di arrivo in treno per poi muovermi tra i diversi paesi. Solitamente devo girare 4 o 5, che sono circa 70km, per poter prendere le suole, i tacchi, i pellami, le fodere, le forme, ecc… Tutte le carico in bici e mi piace tantissimo perché sono tra le poche volte che ho il tempo di farmi una “passeggiata” con più calma e tra i campi del nord di Milano o lungo il Naviglio. Una volta però sono caduta e ho rotto il freno quindi sono finita a piedi in mezzo al campo infangato haha.

E per il futuro? Dove sarà ALETHEIA?

Io vedo Aletheia diventare una corrente culturale, m’immagino persone di tutto il mondo unite attraverso uno stile che esprime cultura. Io vorrei che Aletheia in un futuro non sia solo un’estetica alla moda ma che sia una legato di individualità.

Consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la sua professione?

Penso che una parte molto importante nella vita di una persona sia il raggiungere obiettivi e non lasciarsi mai scoraggiare dalle difficoltà, queste devono rappresentare SFIDE, ma mai insuperabili. Secondo me le caratteristiche più importanti per chiunque abbia voglia di intraprendere un percorso indipendente sono: passione, visione, comprensione di chi uno è e delle proprie capacità, organizzazione, disciplina, rigore e costanza.